tutti Noi
Il romanzo di Walter Veltroni parla delle esperienze comuni a tutti noi. Partecipa al forum inviando una fotografia o raccontando i ricordi tuoi o dei tuoi familiari legati agli eventi narrati nel libro. I contributi selezionati dalla redazione saranno pubblicati sul sito e quelli più interessanti, pervenuti entro il 23 novembre 2009 (anniversario del terremoto in Irpinia raccontato nel romanzo), saranno presentati e discussi da Walter Veltroni in una videochat su Corriere.it. La data e l'ora saranno comunicati su questa pagina.
Una sera di novembre scritto da francocavalblues il giorno 15/11/2009 Prefazione Autunno, un giorno del 1980. Una famiglia in un palazzo di dieci piani e due scale nel centro del capoluogo irpino. Pasquale ed Elena, genitori cinquantenni. Annamaria e Franco, figli ventenni. Gianluigi, il fidanzato di Annamaria. _________ Era una domenica come un’altra. In mattinata Pasquale ed Elena erano stati a messa, alla chiesa del Rosario. Lei sedeva tra i primi banchi, lui era in piedi, vicino all’ingresso con il cappello tra le mani. Fecero una breve passeggiata per il corso principale e rientrarono. Si accendevano i fornelli, si preparava il pranzo. La tavola era imbandita con la tovaglia bianca e rossa, c’era anche Gianluigi. Un piatto di maccheroni al pomodoro con il formaggio grattugiato. Per secondo, il roast beaf con i piselli e un sughetto ben rosolato e insaporito con pezzi di carote. I ragazzi sparecchiavano e scopavano le briciole sotto la tavola, caricavano la lavastoviglie. Quel pomeriggio Elena non era uscita con Rosa Giannitti Capozzi, erano entrambe un po’ soprappeso e spesso percorrevano le strade cittadine fino al viale dei platani. Quel pomeriggio non era prevista una visita di Pina Casarella, l’amica di Atripalda. Non erano programmati altri impegni. Da quattro anni la televisione nazionale proponeva “Domenica In”, sulla rete uno, il programma ”fiume” di intrattenimento. Il conduttore non era più Corrado, il finto ingenuo che piaceva alle mamme italiane, un particolare tono di voce, battute stupide e simpatiche. Conduceva Pippo Baudo, direzione musicale di Pippo Caruso, giochi di magia di Giucas Casella e imitazioni di Gigi Sabani. Negli spazi riservati ai telefilm e ai notiziari sportivi Elena spegneva il televisore e si dedicava alla lettura di “Oggi”, la rivista settimanale preferita. I ragazzi non vedevano molto la tv. Fin quando era andata in onda, avevano seguito “L’Altra Domenica” sulla seconda rete. La trasmissione che alternava situazioni demenziali agli interventi di protagonisti originali e interessanti, Roberto Benigni e Isabella Rossellini, gli strampalati “Otto e Barnelli” che in due suonavano cinque o sei strumenti. La sigla finale era intitolata “Fatti più in là” ed era cantata dalle trasgressive Sorelle Bandiera, vestite con il tricolore. Qualche anno prima, dalla radio, i ragazzi ascoltavano “Alto Gradimento” di Gianni Boncompagni e Renzo Arbore. Gli indici erano elevati, intuizioni e battute proponevano un “cretinismo” tendenzialmente intelligente. Le frasi ricorrenti erano diventate di comune ripetizione, - li pecuri!!! li pecuri!!! - te l’avevo detto, din! Si susseguivano sovrapposizioni vocali di personaggi surreali, dal colonnello Bottiglione ad Achille che gridava Patroclo! Patroclo! La musica spaziava da Louis Armstrong, ai Creedence Clearwater Revival, a Il ballo di Peppe dei Cugini di Campagna. Nel novembre del 1980 “L’Altra Domenica” e “Alto Gradimento” avevano chiuso il loro ciclo, restava l’Hit Parade radiofonica. In quel periodo le classifiche dei dischi erano ripartite in 45 e 33 giri, ai vertici erano Renato Zero con Amico e Lucio Dalla con Dalla, seguiti da Master Blaster di Stevie Wonder e Uprising di Bob Marley. Quel pomeriggio Franco aveva trascorso un paio di ore con gli amici. Era rientrato, si era chiuso in camera. Chiudere la porta della propria cameretta era consentito, non passava per una chiusura verso gli altri componenti della famiglia. Già dai tempi del liceo i genitori gli avevano regalato una chitarra acquistata con la consulenza dello zio Dario, in arte Darena, esperto di musica napoletana. Al ragazzo piacevano le poesie musicate dei grandi artisti di Napoli, piaceva un po’ tutta la musica, però preferiva le ballate dei cantautori nazionali e stranieri. Riusciva a suonare in modo accettabile qualche pezzo di Bob Dylan. In quei giorni provava un brano impegnativo di Goran Kuzminac, artista originario della Jugoslavia. Stasera l’aria è fresca, potrebbero venirmi dei pensieri. Più dolci del vino che bevi, più chiari delle tue risposte. Annamaria aveva fatto una passeggiata con Gianluigi. Erano tornati a casa, lei preparava un esame universitario e il fidanzato seguiva i risultati del campionato di calcio. A novembre, alle diciassette, scompariva il sole. Alle sette di sera era scuro, ma non buio. Pasquale aveva impegnato parte del pomeriggio in piccoli servizi, sistemazione di bottiglie e scatole nel ripostiglio, aveva innaffiato le piante del salone e dello studio. Aveva letto i suoi giornali, Il Mattino e Il Giorno. Aveva controllato alcune incartamenti d’ufficio, aveva rivisto i dati inerenti il settore degli artigiani della provincia. Aveva dato uno sguardo alla ponderosa documentazione, normativa e statistica, attinente la riforma sanitaria. L’abitazione era grande. La famiglia si era ritrovata tra la cucina e il soggiorno e si parlava per capire chi aveva fame, quanta fame, cosa cenare. Calma quiete di una serata in famiglia inconsapevole di essere stata invitata a un grande ballo. Un appuntamento danzante senza inviti e preparato da tempo, proveniente dal sottosuolo e obbligato a venire alo scoperto. Un evento annunciato e non compreso. Si alzava l’ululato dei cani, uguale all’abbaiare triste di quando passavano le ambulanze. Non si era a conoscenza di gravi incidenti, lampeggianti e sirene non si erano sentite, qualcosa avevano sentito gli animali. Percezione di instabilità, la testa che girava come il principio di uno svenimento. Il tavolo tremava, non era in corso una seduta spiritica. Il lampadario oscillava, piatti e i bicchieri tintinnavano. - Il terremoto ! – gridò il padre. Sembrava di stare in barca con il pavimento fluttuante, i piedi incerti e i passi scomposti. Tutti ubriachi nei movimenti, balletti disordinati, visuale confusa e nervi stravolti, muscoli e pensieri in libera uscita. Prigionieri in casa propria. - Sotto la tavola ! - No ! Sotto la trave. Ripararono in un piccolo spazio tra il corridoio e il salone, vicino all’ingresso e alla porta del ballatoio. Altro che balli e musica, che cerimonia e che ritmo, sconvolgimenti ad alta tensione direttamente dalle viscere della terra. Un minuto e mezzo, la famiglia riunita e stretta tra le mura domestiche. - Non c’è tempo da perdere, potrebbe ripetersi! Un giaccone e via di corsa. Impianto elettrico staccato, gas chiuso. Sciame sismico e sciame di persone che affollava le scale, un irruento sbattere di piedi, tutti insieme sulla parte debole della struttura. Dieci piani, tre famiglie per ogni piano, alle diciannove e quaranta negli appartamenti erano in molti, tra uomini e donne, vecchi e bambini. Un’altra scossa e si rischiava di sprofondare, andando a comporre una catasta di cemento, calce e carne. Nell’attico abitava il costruttore del palazzo, con la moglie e due figli. Non era un edificio elegante, ma erano stati impiegati materiali di qualità e in gran quantità. Quelli dei piani superiori non avevano soltanto ballato, erano stati sbattuti da una parte all’altra, per terra e contro le pareti che presentavano squarci preoccupanti. Un signore del sesto piano, in altre occasioni sorridente, piangeva e singhiozzava come un neonato, i ragazzini strillavano e le madri gridavano ancora di più. Per raggiungere lo spazio aperto bisognava percorrere trecento metri, di lato a grandi palazzi che potevano schiacciare macchine, cartelli e cartelloni, mischiandosi alla poltiglia umana. Piazza Kennedy era una zona riservata al trasporto pubblico, domenica sera non era affollata di pullman. Il piazzale si riempì di autovetture e gente che si apprestava ad affrontare la notte fuori casa. Movimenti ondulatori e sussultori, gli assestamenti agitavano anche gli edifici circostanti. Espressioni viscerali del territorio, tra un impulso e un altro si flettevano pilastri e travi, le facciate degli edifici apparivano minacciose e precarie. Se cedevano, mattoni e materiali non avrebbero risparmiato le centinaia di persone affluite nella piazza. Pasquale non riusciva a starsene fermo. Messa in sicurezza la famiglia, per quel che si poteva, disse a se stesso che doveva andare a controllare. Per un momento aveva messo da parte l’amarezza scaturita dalle votazioni amministrative del giugno 1980. L’incremento del due per cento, ottenuto nel suo collegio, non era stato sufficiente a garantirgli la rielezione al Consiglio Provinciale. In Irpinia i risultati del partito erano aumentati di molto. In quei cinque mesi aveva riflettuto e analizzato, aveva lavorato tanto e troppo per non pensarci. Dieci ore impegnate non gli bastavano. Percorreva le strade ponendosi al centro della carreggiata, evitando calcinacci e cornicioni, balconi e finestre pericolanti. Le strutture di recente costruzione sembravano aver tenuto però, sul lato che introduceva al centro storico, alcune travi e i muri in tufo non avevano retto. C’era polvere e nuvole, detriti e rumori sinistri. Avanzando vero piazza Libertà notò che la scuola elementare era in piedi. “Bisogna organizzare i soccorsi” – pensava. – “Manca un ufficio preposto, si deve contattare la Prefettura. La Regione ha rimesso alle Comunità Montane i problemi delle calamità naturali, devo chiamare i Presidenti. E se le linee telefoniche non funzionano? Bisogna vedere quanti dipendenti dell’amministrazione si presentano, quanti rappresentanti delle forze dell’ordine sono a disposizione. Il personale dell’ufficio tecnico sarebbe fondamentale. Bisogna richiamare tutti quelli raggiungibili in città, bisogna far partire un’auto per ogni dieci paesi. Dovrebbero bastare dieci o dodici macchine per una ricognizione, questa notte sapremo come siamo ridotti. Si deve contattare l’esercito per vedere di quanti mezzi disponiamo, si deve controllare se possiamo ricorrere alle ricetrasmittenti. Il genio militare, il genio civile, gli operai forestali e i cantonieri, le associazioni e gli enti, le ditte con camion e pale. Bisogna verificare il dissesto stradale, la praticabilità dei collegamenti. Devo contattare Errico Iannuzzi ai lavori pubblici del comune, capire come si stanno muovendo. Si deve avvertire Napoli e Roma.” Si fermò all’angolo, tra il corso e la piazza principale, non varcò il portone dell’Amministrazione Provinciale. Non aveva più il mandato elettorale: “Ci manca solo che vado ad arrecare confusione istituzionale in questa situazione.”