La mattina dopo Nina si svegliò nella sua casa di Roma. Era il vecchio appartamento della famiglia di Giuditta, quello del ghetto. Prima c'era andato lo zio Francesco tenendolo fino alla fine del secolo. Poi era diventata la casa di Luca e Silvia. La casa nella quale lei era cresciuta. Quel giorno non aveva proprio voglia d'inverno. Da anni ormai era diventata una stagione durissima. I primi tempi sembrava divertente l'idea, in ottobre, di scendere con lo slittino giù dal Pincio. Poi però la pioggia, la neve, il freddo avevano cambiato per i romani il modo di vivere l'inverno.
Quella mattina Nina aveva voglia di estate. Toccò il vetro della finestra, selezionò il menu delle possibilità che le si offrivano e scelse una spiaggia bianca e un giorno nitido di sole. Poteva optare, lo avrebbe fatto il mattino dopo, per uno splendido prato verde all'inglese accompagnato dal rumore dell'acqua di un ruscello. «A ciascuno secondo i suoi desideri» era lo slogan della grande centrale di servizi tecnologici che consentivano di personalizzare gli odori diffusi nelle stanze, i colori delle pareti, la musica in sottofondo, il paesaggio alle finestre. A Nina questo piaceva, come a tutti, ma ogni tanto si chiedeva se non fosse stato più bello il tempo in cui si desideravano i desideri. Quel giorno decise di non andare a scuola, non ne aveva voglia. La personalizzazione dei piani di studio consentiva a ogni ragazzo di pianificare i tempi della propria formazione. Il papà le raccontava delle tremende ore di noia, quando era ragazzo lui, ad ascoltare lezioni che non lo interessavano. Eppure, diceva, anche quelle erano state utili.
Ora, a parte un piccolo nucleo di materie obbligatorie, tutto era scelto dallo studente. E questo aveva fatto saltare il vecchio meccanismo delle classi e dei compagni di banco. Come all'università, ci si trovava per i corsi e si conosceva, poco, molta gente. Luca le aveva raccontato dei suoi compagni di classe, di Matteo con il quale era stato allo stesso banco fino al terzo liceo. Si ricordava il nome di tutti e spesso anche il loro numero di telefono. Si fermava e diceva sì, Duccio era all'8446012, ed erano passati un fiume di anni.
Nina a mala pena sapeva nomi e cognomi, le persone le passavano davanti nella vita veloci come ghepardi. Erano rapporti di amicizia che potevano essere anche molto intensi, ma per brevissimi periodi. Poi si era portati in altri luoghi, altri ambienti e tutto ricominciava da capo. In realtà nulla di diverso dai brucianti rapporti d'amore dei loro genitori. Sentiva di vivere in una società veloce e solitaria. In fondo il suo tempo aveva raggiunto tre grandi obiettivi: la convivenza di etnie e religioni diverse, la possibilità di «fare la propria vita» a immagine e somiglianza dei propri desideri e soprattutto la piena sicurezza di ogni individuo.
Nina era cosciente, come chiunque altro, che ogni suo movimento e ogni sua azione erano controllati, ma questo era il sacrificio richiesto in cambio della totale tranquillità della propria esistenza. D'altra parte il padre le aveva spiegato che questo era stato il segno dell'evoluzione della società. Già quando lui era giovane le carte di credito, che si erano totalmente sostituite al denaro liquido, consentivano di monitorare in tempo reale ogni spesa dei cittadini. I telefoni cellulari garantivano l'immediata individuazione del luogo nel quale una persona si trovava. Così, quando fu proposto di inserire sotto la pelle della spalla un minuscolo chip, a tutti parve normale, come le vaccinazioni di un tempo. Ma il nuovo potere non voleva ridurre le libertà e così la società si strutturò in una totale indipendenza nella scelta dei comportamenti privati, nessuno dei quali destava ormai scandalo pubblico, e in una ferrea capacità di individuare e colpire duramente eventuali responsabili di delitti. Tutto era consentito, tutto era controllato. Compra online




