Walter Veltroni - Noi

Andrea, tredici anni, attraversa col padre, su un Maggiolino decapottabile, l'Italia del boom.

«Andrea, tieni d'occhio le Seicento.»
«Perché papà?»
«Dicono ci sia un meccanico, appassionato di velocità, che ha modificato una macchina come quella che avevamo noi. Ha tolto un fanale, sostituendolo con un vetro, e ha cambiato il sedile mettendone uno che consente di sdraiarsi. Così dicono viaggi a grande velocità una Seicento che sembra non avere il guidatore. Lui è nascosto sotto, che guarda dal fanale. Insomma, se vedi una macchina senza guidatore avvertimi, è quella del pilota misterioso.» Il ragazzo non capiva se il padre lo stesse prendendo in giro ma non gli importava nulla, proprio nulla. Era felice, e non se ne vergognava. Sì, pensava alla madre, ma ora voleva vivere questo incanto. Davanti a lui sfrecciava una campagna immensa, come non l'aveva mai vista. Gli piaceva da morire che, a parte l'asfalto e le auto, non ci fosse null'altro all'orizzonte. L'autostrada era bellissima, dava un senso magnifico di potenza e solitudine, come una freccia puntata verso la destinazione. Ma Andrea cominciava a pensare che quel nitido nastro grigio che scorreva sotto le loro ruote non era già più il mezzo ma il fine del loro viaggio.
«Che ne dici se ci fermassimo? Così chiamiamo casa e sentiamo se ci sono novità.»
«E dove ci fermiamo?»
«Ah già, per te oggi le sorprese non finiscono mai. Tra un po' di chilometri guarda all'orizzonte e dimmi se vedi niente.»
Andrea tacque e fissò con attenzione la strada di fronte a sé. Finché non scorse, lontano, una specie di ponte che sembrava un arcobaleno tra i due rami di autostrada, qualcosa che li univa rendendo i doppi destini dei passeggeri, dal Sud e dal Nord, come sospesi nel vuoto, interdipendenti. Quando arrivarono all'uscita per l'autogrill Pavesi di Fiorenzuola d'Arda, Giovanni mise la freccia e guardò gli occhi sbarrati di suo figlio. Entrarono nell'area di servizio per fare il pieno. Andrea era sbalordito dalle tute colorate dei benzinai, dalle pubblicità, dalla quantità di pompe di benzina e di automobili che si fermavano e ripartivano: una Giulietta Sprint, una Mercedes Benz 190. E anche una NSU Prinz, "la macchina più brutta della storia", diceva il padre. Sul suo libro Automobili: ieri, oggi, domani avrebbe segnato tutte quelle che aveva visto. Dopo che ebbe pagato il benzinaio lasciandogli una piccola mancia per la pulizia del vetro, Giovanni rimontò e riaccese il motore, ma la macchina non rispose. Faceva un rumore strano, come una tosse secca e sincopata. Fecero vari tentativi. Il benzinaio decretò un guasto al carburatore. Spinsero l'auto fino all'officina del meccanico, che per fortuna si trovava nella stessa stazione di servizio. L'uomo confermò la diagnosi e fece una prognosi abbastanza infausta: ci sarebbe voluto un giorno intero per la riparazione. Proteste, richieste, la spiegazione della ragione del viaggio non servirono a nulla. L'uomo scuoteva la testa e confermava la previsione. Il benzinaio, che si era mostrato premuroso e gentile, si offrì di portarli a un albergo, dove potessero fermarsi fino al mattino dopo. Giovanni era furioso, ma non vedeva alternative. Ringraziò l'uomo e concordò la consegna per l'indomani, di buon'ora. Era urgente trovare un telefono e chiamare il fratello a Roma, per avvertirlo.
La piazzola era piena di gente. C'erano tante auto e alcune famiglie con bambini piccoli che giocavano nella zona riservata ai pedoni. Giovanni e Andrea si diressero verso l'ingresso dell'autogrill. Era una costruzione nuova di zecca e, mentre salivano le scale, dal transistor di un pullman in sosta che aspettava una comitiva di studenti in gita risuonava una musica familiare: «Sono contento perché stasera me ne andrò al cinema con Milena, le scarpe nuove, lei con me, sarò felice più di un re». Due ragazzi ballavano, altri giocavano a piastrelle con dei dischi di plastica colorati che dovevano essere lanciati più vicino possibile a uno minuscolo. Quando entrarono, ad Andrea sembrò di sognare. In uno spazio enorme, tra mille luci e richiami, su lunghi scaffali, uno accanto all'altro, c'erano tutti gli oggetti del suo desiderio. Cioccolata di ogni tipo, gusto e formato, una varietà incalcolabile di confezioni di biscotti, bibite e dolciumi in un assortimento spettacolare. Persino la pasta e i formaggi, persino il prosciutto e il pane. Qualsiasi cosa pensasse di voler avere era lì. In un reparto vendevano anche giocattoli e vestiti. E poi c'era il ristorante selfservice, che Andrea aveva conosciuto grazie ai film americani. Ed era lì che il padre gli stava dicendo di andare, mostrandoglielo con l'indice. Ma Andrea non sapeva come si faceva, da dove cominciare. Giovanni lo guidò in quello che al ragazzo sembrava il più bel luna park che avesse mai visitato.
Compra online