Pedalare con quel sole era duro. La città sembrava sciogliersi, come l'asfalto sotto i piedi. Sembrava avere la febbre. Il sor Settimio aveva detto, mentre si asciugava la fronte con lo stesso tovagliolo che teneva sul bancone, che eravamo addirittura a quaranta gradi. Eppure Giovanni era felice, con la borraccia verde che il padre gli aveva acquistato da Lazzaretti. Si sentiva molto importante quando si fermava e, come un ciclista del Giro d'Italia, mandava giù nella gola quell'acqua fresca. Quel giorno imitò il gesto che aveva visto fare a Magni una volta. Mise la borraccia sul collo, sotto la nuca, e s'inondò d'acqua. La maglietta gialla si infradiciò. Ma lui si sentì appagato. Attraversata la piazzetta sul retro della sua casa, svoltò in via del Portico d'Ottavia e proseguì per via della Reginella. Erano bellissime quelle strade con i calzolai e i cordari che lavoravano all'aperto, la gente che si chiamava da una finestra all'altra, le voci che echeggiavano nell'aria. Raggiunse piazza Mattei. Si fermò a guardare per un attimo la fontana delle Tartarughe e pensò a quella delle Rane, nel quartiere dove lavorava suo padre. Imboccò via dei Funari e poi via Caetani. Arrivò in via delle Botteghe Oscure, con il grande palazzo del Fascio sulla destra. In piazza Venezia gettò uno sguardo al balcone. Davanti a Santa Maria di Loreto staccò una mano dal manubrio, la sinistra, per farsi il segno della croce. Via Panisperna, Santa Maria Maggiore e finalmente a destinazione. Aveva fatto tante altre volte delle commissioni per la mamma. Sapeva che in tutto erano meno di tre chilometri e che in quasi mezz'ora si arrivava.
La zia Carla abitava in via Leopardi, all'angolo con la piazza. Di quel poeta Giovanni aveva studiato a scuola versi che gli erano sembrati bellissimi. Ci aveva pensato la sera prima, mentre provava a disegnare la città al tramonto. Gli venne in mente il professore che li scandiva passeggiando tra i banchi e pretendeva che i ragazzi declinassero: «Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte». Ora ripetete. Giovanni e Mario, che stavano nella stessa posizione di banco ma in file opposte, si erano guardati e avevano sorriso mentre declamavano anche gli altri versi.
Aveva ripetuto la poesia fra sé e sé fino al «naufragar m'è dolce in questo mare», scandendola due righe per due, dall'inizio di via Leopardi all'angolo con piazza Vittorio, dove c'era il palazzo della sorella della mamma, al numero 54.
La portinaia, china sulle ginocchia, stava pulendo le scale. Giovanni sentì che la zia scendeva dall'appartamento al primo piano. Lo aveva visto arrivare dalla finestra e salutato con un gesto della mano per dirgli di aspettarla in strada. Si scusò con la custode, superò lo scalino dove la donna lavorava e si avvicinò a Giovanni. Aveva in mano un grande pacco. Diede un bacio al nipote e gli porse la farina.
Fu in quel momento, in quel preciso momento, che Giovanni sentì quei due suoni. Non sarebbe mai riuscito a ricordare quale dei due squarciò l'aria per primo. Se il sibilo della sirena o lo scoppio delle bombe. Il pacco della farina volò in aria, per la paura o lo spostamento d'aria, e ricadde sul marciapiede. La portinaia aveva cominciato a urlare e la zia Carla aveva trascinato Giovanni nella casa della donna. Era un ambiente piccolo; una bambina, avrà avuto due o tre anni, piangeva e strillava, mentre la nonna, una vecchia piegata su se stessa, sussurrava «Gesù, Giuseppe, Maria».
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